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La psicoterapia familiare in casi di anoressia PDF Stampa E-mail

Uno speciale interessamento è da rivolgere a quelle famiglie che si ritrovano a lottare con una malattia sconcertante, complessa, a volte fatale, quale può essere l’anoressia. Un “demone” spietato (il cibo) ha dichiarato loro guerra e ha preso di mira il “soldato” più vulnerabile del loro “esercito”.

Già è riuscito a ferirlo; nel giro di qualche battaglia, è certo cadrà definitivamente e, dietro di lui, anche tutti gli altri. Un sorriso maligno si stampa sul suo viso: la vittoria per lui si avvicina! Le famiglie sembrano ormai spacciate. Ma siamo proprio sicuri non siano esse stesse la causa  di tutti i loro mali? Non avranno forse loro provocato l’ira del demone e dichiarato, quindi, guerra per prime? Lo scopriremo tra poco. Prima è utile descrivere, almeno per sommi capi, cosa s’intende per anoressia mentale. Appartenente alla famiglia dei disturbi del comportamento alimentare, essa rappresenta una sindrome psicosomatica caratterizzata da sintomi di natura sia fisica che psicologica. I sintomi fisici consistono in un progressivo dimagrimento che supera il 25% almeno del peso corporeo “normale” e una o più delle seguenti condizioni: amenorrea (= interruzione del ciclo mestruale), iperattività e ipotermia (= abbassamento della temperatura corporea).

La sintomatologia psicologica comprende il desiderio di dimagrire, la paura di acquistare peso, la negazione della fame, una distorta immagine corporea e uno sforzo di controllo. Colpisce per lo più il sesso femminile nel periodo preadolescenziale o adolescenziale: giovani donne che, per raggiungere il peso “perfetto”, diminuiscono volontariamente l’assunzione di cibo fino a ridursi a “vivere d’aria”e che, per mantenere lo stato di magrezza ottenuto ricorrono spesso a sistematici sotterfugi (vomito autoindotto, abuso di lassativi o diuretici).

Ma perché tanta ostinazione? Perché civettare in maniera così subdola con l’autodistruzione? In realtà, la ricerca accanita della magrezza, questo disperato “aggrapparsi” ad essa, può considerarsi un tentativo per camuffare sottostanti problemi di personalità.

L’anoressica soffre di una profonda insoddisfazione riguardo a se stessa e alla propria vita; insoddisfazione che, mediante un meccanismo di spostamento, riversa su quell’unico spazio che è sicura di poter controllare, disciplinare, dominare: il suo corpo. A guidarla è la sua sconfortante mancanza di autostima. Nel profondo è convinta di avere dentro di sé qualcosa di imbarazzante e malvagio che le preclude l’accesso alle “cose belle della vita”; di essere inadeguata, mediocre, inferiore e disprezzata dagli altri. Avverte che la gente intorno a lei la guarda dall’alto in basso con disapprovazione, pronta a criticarla appena possibile.

Tutti i suoi sforzi per il raggiungimento del “wonderful body” sono diretti a celare la pecca fatale della sua fondamentale inadeguatezza. Ed è qui che entrano in gioco la famiglia e il ruolo da essa assunto nello sviluppo della malattia. La scarsa autostima della giovane anoressica trae origine, infatti, da un legame opprimente, troppo coinvolgente, carente della necessaria separazione e differenziazione, con i genitori e con la famiglia in genere. Superficialmente le relazioni sembrano buone; ad approfondirne la conoscenza, però, si scopre che l’apparente armonia che in casa regna è ottenuta soltanto grazie ad un’eccessiva compiacenza della ragazza. Ella sente che, per ottenere l’approvazione di chi le sta accanto, deve sempre assecondarne le richieste, anche quando queste sono in netto contrasto con le sue aspirazioni e le sue necessità. Si mostra seria, responsabile, servizievole, studiosa; la classica “brava ragazza” insomma.

I suoi pensieri e i suoi progetti sono continuamente influenzati da domande tipo: «Come la prenderanno gli altri?» o «Cosa si aspettano io faccia?». Ha bisogno che i suoi sentimenti siano confermati da altre persone per poter sapere che li sta provando. Fa esperienza di se stessa solo come riflesso di ciò che esse vedono in lei, continuando a sentirsi “vuota”, un “niente”. Diventa una marionetta nelle mani degli altri. Tutta la sua vita è volta a soddisfare i desideri e i bisogni dei congiunti. E nessuno di questi che le ricambi il “favore”! La elogiano ogni qualvolta mostra un volto sorridente e compiacente ma non prestano alcuna attenzione alla dolorosa infelicità che sottende quella facciata artificiale. Se i suoi bisogni passano sempre in secondo piano, come può sentirsi amata, compresa, desiderata? E come può acquistare fiducia in se stessa?

Dipendenza dai familiari e bassa stima di sé: ecco, dunque, gli agenti “promotori” del comportamento anoressico. Agenti che la psicoterapia della famiglia si propone di “sconfiggere” lavorando alla modificazione delle interazioni tra paziente anoressica e familiari.
In casi del genere è necessario, in effetti, ristabilire quel normale processo di individuazione che dovrebbe rendere “emancipato” ogni adolescente; un processo qui completamente soppiantato dall’ “avvinghiante” relazione stabilitasi tra il soggetto “in via di sviluppo” e la sua famiglia. Il fatto è che se questi rimangono “invischiati” in un legame eccessivamente stretto, la paziente non avrà mai la possibilità di sviluppare quelle capacità necessarie a condurre una vita autonoma, da individuo che ha rispetto di sé, che riconosce il proprio valore, che è capace di godere e di autogestirsi. Non avrà mai, cioè, l’opportunità di diventare grande! Le si insegni allora a fare le cose per piacere a se stessa e non per accontentare i suoi cari.

Che se ne “freghi”, una buona volta, di ciò che questi pensano di lei o di ciò che vorrebbero lei fosse. Si convinca del suo diritto a difendere il proprio spazio psicologico, a rendere espliciti i propri desideri e sentimenti e a vivere una vita che sia finalmente reale, non più un terribile inganno. Si accorgerà che, a guardare se stessa e il mondo con occhi diversi, domani sarà “un giorno migliore”!

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