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Le facce della menzogna PDF Stampa E-mail

Nella vita di relazione, più spesso di quanto si pensi, adulti e bambini ricorrono ad un modo molto particolare di comunicare e di influenzare le credenze e i comportamenti dell’altro: essi mentono. La verità ha una sola faccia, la menzogna ne ha molte perché dipende da diverse variabili; può dipendere dalla situazione che si sta vivendo, dalla persona alla quale è rivolta o dallo scopo che si vuole raggiungere.
E’ utile pertanto una classificazione che ci permetta di orientarci meglio al suo interno, sebbene tale classificazione può risultare artificiosa dal momento che i vari tipi di menzogna tendono spesso a sovrapporsi e a confondersi tra loro.
Si possono distinguere:

  • bugie caratteriali (bugie di timidezza, bugie di discolpa, bugie gratuite)
  • bugie di evitamento (evitare la punizione, difendere la privacy)
  • bugie di difesa (bugie per proteggere se stessi o gli altri)
  • bugie di acquisizione (bugie per acquistare prestigio, per ottenere un vantaggio)
  • bugie alle quali lo stesso autore crede (pseudologie)
  • autoinganno

 

 

BUGIE DI TIMIDEZZA: una motivazione che può spingere a raccontare bugie è la timidezza. Alla sua radice c’è una concezione negativa di se stessi; i timidi affrontano la vita con la sensazione di essere inferiori rispetto alla maggioranza degli altri esseri umani e questo modo di pensare condiziona le loro relazioni in molteplici modi. Uno di questi è la tendenza a raccontare menzogne per apparire migliori agli occhi degli altri, per nascondersi, per evitare situazioni sociali nelle quali si sentirebbero inadeguati e imbarazzati.

BUGIE DI DISCOLPA: ci sono menzogne che derivano dalla necessità di discolparsi da accuse più o meno fondate. E’ un atteggiamento diffuso nei bambini che può permanere in soggetti adulti insicuri nei quali spesso si riscontra un sentimento d’inferiorità e l’incapacità di affrontare le proprie responsabilità.

BUGIE GRATUITE: generalmente dietro alla maggior parte delle bugie si nasconde un bisogno, un desiderio, uno scopo che il soggetto vuole raggiungere. Spesso invece ci troviamo di fronte a menzogne che non lasciano intuire che cosa vuole raggiungere il soggetto, sono le bugie che vengono raccontare per puro divertimento, per allegria, per dare sfogo alla fantasia.

BUGIE PER EVITARE LA PUNIZIONE: evitare la punizione è un motivo molto comune delle bugie degli adulti, ma prevalentemente dei bambini. Questi ultimi imparano a mentire ben presto quando si rendono conto di aver commesso una trasgressione, già a 2-3 anni essi sono in grado di attuare degli inganni in contesti naturali come la famiglia.

BUGIE PER DIFENDERE LA PRIVACY: la salvaguardia della privacy è un motivo che spinge spesso i ragazzi adolescenti, ma anche gli adulti, a raccontare bugie. Nell’adolescenza emerge nei ragazzi il bisogno di crearsi uno spazio proprio, di decidere se raccontare o meno le loro esperienze e le loro emozioni. Se da un lato ciò deve essere rispettato dai genitori, dall’altro costituisce un problema a causa del loro bisogno di protezione nei confronti del figlio.

BUGIE PER PROTEGGERE SE STESSI O GLI ALTRI: nella vita di ogni giorno ci sono svariate situazioni che portano una persona a mentire per proteggere se stessa o i sentimenti di persone care. Se alla nostra festa di compleanno riceviamo un regalo che non ci piace o quanto meno lo consideriamo inutile, è molto improbabile che lo diremo chi ce l’ha donato; è probabile invece che, dissimulando la delusione, ci mostreremo entusiasti. Gli adulti mentono per cortesia e questa regola sociale viene ben presto assimilata anche dai bambini. Essi imparano a proteggere i sentimenti degli altri attraverso un’istruzione diretta data dai genitori, ma anche indirettamente osservandone il comportamento.

BUGIE PER ACQUISTARE PRESTIGIO: sono delle bugie compensatorie che traducono non tanto la ricerca di un beneficio concreto, ma la ricerca di un’immagine che il soggetto ritiene perduta o inaccessibile: si inventa una famigli più ricca, più nobile o più sapiente, si attribuisce dei successi scolastici o lavorativi. In realtà questa bugia è da considerarsi normale nell’infanzia e finchè occupa un posto ragionevole nell’immaginazione del bambino. Tale condotta viene considerata banale fino ai 6 anni, la sua persistenza oltre tale età segnala invece spesso delle alterazioni psicopatologiche.

PSEUDOLOGIE: sono delle bugie alle quali lo stesso autore crede. Più specificatamente viene definita “pseudologia fantastica” una situazione intenzionale e dimostrativa di esperienze impossibili e facilmente confutabili (Colombo, 1997). E’ un puro frutto di immaginazione presente in bugiardi patologici ed è una caratteristica tipica della Sindrome di Mùnchausen.

AUTOINGANNO: il mentire a se stessi è un patricolare tipo di menzogna che ci lascia interdetti e confusi dal momento che il soggetto è contemporaneamente ingannatore e ingannato. L’autoinganno è l’inganno dell’Io operarto dall’Io, a vantaggio o in rapporto all’Io (Rotry, 1991).

In esso vengono messi in atto meccanismi di difesa come la razionalizzazione e la denegazione. Attraverso la razionalizzazione il soggetto inventa spiegazioni circa il comportamento proprio o altrui che sono rassicuranti o funzionali a se stesso, ma non corrette. Il soggetto da un lato può celare a se stesso la reale motivazione di alcuni comportamenti ed emozioni, e dall’altro riesce a nascondere ciò che sa inconsciamente e non vuole conoscere.
Attraverso la denegazione, invece, il soggetto rifiuta di riconoscere qualche aspetto della realtà interna o esterna evidente per gli altri. Potremo fare l’esempio dell’alcolista che mente a se stesso dicendosi che non ha nessun problema o delle famiglie in cui si fa “finta di niente, finta di non capire”.

Come abbiamo visto la menzogna è parte integrante della vita di ognuno di noi e, se tale comportamento ha resistito fino ai giorni nostri, è perché è funzionale al nostro adattamento, nei limiti della “normalità” essa rappresenta un aspetto dell’intelligenza sociale.
Ognuno di noi è stato vittima di menzogne come ognuno di noi ha a sua volta mentito usando una modalità piuttosto che un’altra. La scelta della modalità dipende da diversi fattori:

  • dallo scopo che si vuole raggiungere
  • dal contesto
  • da caratteristiche personali dell’individuo
  • dalle caratteristiche della persona che si vuole ingannare

Ad esempio, se chi vuole mentire sa di godere della fiducia del suo interlocutore, probabilmente sceglierà di mentire in modo diretto, cioè di dire esplicitamente il falso; nel caso contrario verrà usata una tecnica diversa che spinge l’altro a credere il falso anche se non gli è stato chiaramente rivelato.
Se un soggetto sa di non riuscire a mascherare bene le proprie emozioni ed espressioni sceglierà preferibilmente di mentire quando non è in contatto visivo con l’interlocutore, lo farà ad esempio al telefono. Se lo scopo che vogliamo raggiungere è per noi molto importante spenderemo del tempo per elaborare al meglio la nostra menzogna, essa può essere diretta all’altro non solo attraverso il linguaggio verbale ma anche attraverso quello non verbale.

Un esempio di natura non linguistica della menzogna è quello dello zoppo che, per qualche ragione, vuole nascondere la sua zoppia: non potendo non zoppicare dal momento che è veramente zoppo, può ingannare facendo finta di zoppicare.
Non tutti quindi mentono allo stesso modo.

Whaley (1982) e Ekman (1989) ritengono che le principali modalità per incidere sull’altro, sia a livello cognitivo che comportamentale, sono la dissimulazione e la simulazione.
La dissimulazione consiste nell’omissione di alcune informazioni che si ritengono vere ma che si vogliono nascondere. Generalmente si è portati a pensare che l’omissione della verità non sia una menzogna e che sia molto più grave affermare il falso; in realtà colui che omette e dissimula lo fa intenzionalmente e deliberatamente per trarre in inganno l’interlocutore e per modificarne pensieri e comportamenti a proprio vantaggio. La dissimulazione viene preferita perché è più agile, più facile da gestire e meno riprovevole della falsificazione, permette sempre una scappatoia e, anche se viene smascherata, lascia qualche dubbio nella vittima dell’imbroglio. E’ un comportamento passivo e, anche se la vittima ne rimane comunque danneggiata, il mentitore può avere un senso di colpa limitato dal momento che non ha detto nulla di falso. Non tutte le omissioni costituiscono però delle menzogne, esistono delle eccezioni, una di queste è la difesa della propria privacy.
La dissimulazione si può suddividere in diverse modalità:

  • dissimulazione a metà: dire la verità solo in parte tralasciando alcuni particolari.
  • L’omissione: non far sapere qualcosa a chi ha il diritto di saperlo, si parla in questo caso anche di reticenza, ad esempio la reticenza in tribunale.
  • Il fuorviamento: indirizzare l’attenzione del ricevente in modo da distrarlo da ciò che si vuole dissimulare, per esempio creo un’occasione di litigio con il promesso sposo mentre mio figlio, di cui non voglio che lui ne conosca l’esistenza, mi saluta incontrandomi per strada.

La simulazione consiste nella falsificazione della verità ed è un comportamento che impegna attivamente il soggetto, egli deve inventare di sana pianta e cercare di mantenere una condotta in linea con la menzogna detta. Si associa talvolta alla dissimulazione quando c’è la necessità di coprire le prove di ciò che si vuole nascondere. Questo uso del falso per mascherare la verità che si vuole dissimulare è particolarmente necessario quando si devono nascondere le emozioni.
Le tecniche che meglio si prestano allo schema della simulazione sono:

  • la finzione: fingere di avere certe idee, opinioni, sentimenti che in realtà non ci spettano.
  • la contraffazione: presentare un qualcosa con le caratteristiche di un’altra spacciandole per uguali.

Ekman (1989) evidenzia come oltre alla simulazione e dissimulazione ci sono altri modi di mentire. Anziché cercare di nascondere un’emozione provata è possibile ammettere tale emozione ma mentire sulla causa della sua natura. Un’altra tecnica consiste nel dire la verità, ma con fare sprezzante, in modo che la vittima non ci creda. E’ come mentire dicendo il vero. Un esempio può essere quello del marito che, dopo un incontro con l’amante, torna a casa e, alla domanda sospettosa della moglie: “dove sei stato?”, risponde senza scomporsi: “dove vuoi che sia stato, dall’amante!”.

Trattando il tema della menzogna ci si imbatte frequentemente in definizioni che fanno uso di molti sinonimi quali inganno, errore, finzione, burla, ecc…, le quali, anziché restringere i confini semantici del concetto di menzogna, tendono ad allargarli creando spesso confusione. Un primo tentativo per circoscrivere tale area semantica consiste nel definire la differenza tra menzogna e inganno. La menzogna e il suo sinonimo bugia, usato prevalentemente in relazione all’infanzia, và considerata una modalità tra le altre di ingannare, perciò possiamo definirla come una sorta di “sottoclasse “ dell’inganno. La sua caratteristica distintiva consiste nel fatto di essere essenzialmente un atto comunicativo di tipo linguistico, ossia la rivelazione di un contenuto falso attraverso la comunicazione verbale o scritta. Questo impone la presenza di almeno un comunicatore, di un ricevente e di un messaggio verbale che non corrisponde a verità. L’inganno si esplica invece, non solo attraverso l’atto comunicativo della menzogna, ma anche attraverso comportamenti tesi ad incidere sulle conoscenze, motivazioni, aspettative dell’interlocutore. Secondo questa prospettiva, l’omissione di informazioni non è tanto una menzogna, quanto un inganno. La comunicazione è una condizione sufficiente ma non necessaria perché si possa ingannare. A volte si inganna facendo in modo che:

  • l’altro sappia qualcosa di non vero (es: A va sul tetto  e fa cadere acqua dalla grondaia, B vede l’acqua e viene ad assumere che piove)
  • l’altro creda qualcosa di non vero (es: B guardando l’acqua fuori dalla finestra, commenta: “piove”, e A non lo smentisce)
  • l’altro non venga a conoscenza della verità (A chiude l’altra finestra dalla quale non si vede l’acqua cadere, in modo che B continui a credere il falso)

L’inganno, quindi, si esplica attraverso qualsiasi canale verbale e non verbale (mimica facciale, gestualità, tono di voce), mentre la menzogna utilizza specificatamente il canale verbale.

BIBLIOGRAFIA

  • Colombo G. (1996), Manuale di psicopatologia generale, Cleup, Padova
  • De Cataldo Neuburgher L. & Gulotta G. (1996), Trattato della menzogna e dell’inganno,
    Giuffrè, Milano
  • Ekman P. (1989), Le bugie dei ragazzi, Giunti, Firenze
  • Ekman P. (1989), volti della menzogna, Giunti, Firenze
  • Gullotta G. & Boi T. (1994), L’intelligenza sociale, Giuffrè, Milano
  • Lewis M. & Saarni C. (1993), Lying and deception in every day life, London Guilford Press
  • Rotry A.O. (1991), Autoinganno, akrasia e irrazionalità. In J. Elster (a cura di) L’Io multiplo, Feltrinelli, Milano
  • Sweester E.E. (1987), The definition of lie: an examination of the folk models underlying a semantic prototype. In D. Holland (Ed.) Cultural model language and thought, New York: Cambridge University Press
  • Vincent J. & Castelfranchi C. (1981), The art of deception, how to lie hile saying the truth
  • While saying the truth. In H. Parret, M. Sbisà. & J. Vershueren (eds.), Possibilities and limitation of pragmatics, John Benjamins, Amsterdam
  • Waley B. (1982), Toward a general thery of deception, Journal of Strategic Studies, 5, 178-182
 

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